Cappella di S. Antonio – Seravezza

DSCN2611La cappella della Santissima Trinità, oggi intitolata a Sant’Antonio, si trova nella parte settentrionale a ridosso del monte dell’abitato di Seravezza, in località Torcicoda dove si ebbero i primi insediamenti del villaggio. Vi si trova ancora l’antica dimora dei committenti della cappella, i Berti, consistente in una mole quadrangolare di origine cinquecentesca. Lì vicino, lungo il fianco orientale del giardino del palazzo – ora assai trascurato – si erge la cappella orientata a sud. Vi si accede dalla fronte che fa da sfondo ad una piazzetta chiusa dal palazzo stesso e da altre abitazioni.

Marco Berti, noto rappresentante dell’antica famiglia seravezzina, alla sua morte lasciò la volontà di fondare e dotare di rendite una cappella nel locale Duomo di San Lorenzo. Nel 1679, il figlio Giovan Battista di Vallecchia, ottenne invece dal vescovo di Sarzana il permesso per fondare un oratorio pubblico. La costruzione ebbe inizio il 19 marzo 1686 e terminò, a far fede della data incisa sulla soglia della finestra che si apre nella fronte della cappella, pochi anni dopo, nel 1690. Ma l’aula, a pianta rettangolare, coperta a tetto e ornata da un elegante portale in marmo, benché già munita dell’altare dedicato da Giovanni Battista Berti nel 1691, nell’interno non era ancora stata portata a perfezione. Visitata dal vescovo di sarzana Naselli, durante la visita pastoriale del 1701, venne infatti trovata priva del pavimento. Sette anni più tardi lo stesso vescovo, date le cattive condizioni dell’oratorio, impose ai proprietari di iniziare i lavori di ristrutturazione. Fu così che, nel secondo decennio del Settecento, il sergente Stefano Berti, governatore aggiunto a Livorno e nipote del fondatore della cappella, ne intraprese i lavori di abbellimento. Vi fece costruire la volta a botte unghiata sugli otto eleganti peducci ionici – quattro nelle pareti lunghe e quattro angolari – tutti di marmi bianchi e rossi, e sulla cornice di bardiglio che vi s’imposta per l’intero perimetro. La volta fu ornata con un cilo di affreschi – ora assai rovinati – che rappresentano, entro una ricca quadratura architettonica, l’Assunzione della Vergine e la sua Incoronazione da parte della Trinità. Le scene sacre sono introdotte da un corteo di sei santi, fra cui sono ancora ben riconoscibili Sant’Antonio – da cui l’oratorio ha preso il nome attuale – San Lorenzo e Santa Lucia, angeli cherubini. Nella parete meridionale fece ricostruire l’altare con il paliotto ornato ad intarsio con un motivo fitomorfo centrale introdotto dai gigli angolari e, ai lati, da corone con gigli, frecce, palme e altri oggetti simbolici, ad opera di botteghe locali. Fra le colonne di mischio e l’architrave sormontato dal timpano spezzato con il cartiglio che porta la dedica alla Madonna e la data del 1722, venne inserita la tela ancora oggi in loco, con i Santi Pietro di Alcantara, Luycia e Sebastiano, di buona qualità attribuita, durante il recente restauro, al pittore fiorentino Alessandro Gherardini. L’altare venne siglato nel 1724 dal committente e nel 1727, nel corso della nuova visita pastorale, il vescovo della Torre vide che era stato munito “novi lapide et nova icone”. In quell’occasione, l’interno fu trovato assai elegante e l’edificio in buono stato tanto da meritarsi l’ambita autorizzazione per celebrarvi la messa.

DSCN1291Alla metà del secolo scorso, benché la famiglia Berti si fosse già estinta, l’oratorio si trovava ancora in buone condizioni. Ma nel 1902 l’arcivescovo Ferdinando Capponi, durante la visita diocesana, suggerì al proposto del Duomo di Seravezza di acquistare l’oratorio per salvarlo “dalla profanazione e restituirlo al culto cattolico”. A tale scopo, venne promossa una sottoscrizione fra i fedeli della comunità e finalmente il piccolo edificio fu rilevato a nome della parrocchia. La cappella si mostra ancora oggi così com’è stata concepita fra gli ultimi anni del Seicento, per quanto riguarda la struttura, e i primi decenni del Settecento per l’oratorio interno. La fronte liscia, prospiciente la piazzetta, e incassata fra la parete orientale del palazzo che fu dei Berti e le abitazioni adiacenti. L’unica porta che vi si apre è sagomata in marmo e sormontata da uno stemma nel cui corpo era stato lasciato il materiale occorrente per scolpirvi l’arme di famiglia, mai realizzata, fra due elementi ad esse sfrangiati, posti a mo’ di timpano spezzato. Nella parete sovrastante, sopra una lastrina di marmo con il ricordo dell’ “indulgenza perpetua”, si apre una finestra a forma di mezzaluna. Venuto meno un intonaco più recente, la facciata è ora coperta da una vecchia scialbatura punzonata di colore rossastro. Nelle pareti longitudinali e in quella di fondo le cadute della malta lasciano vedere la composizione della muratura, assemblata con pietrame irregolare e pochi laterizi. Sul fianco occidentale si legge la sagoma di un antico ingresso che si apriva in comunicazione diretta con giardino dei Marchi. A quello orientale era invece addossato un piccolo ambiente a due piani, forse la vecchia sacrestia, di cui rimangono oggi solo le pareti perimetrali. Le pareti lunghe sono forate da tre finestrine rettangolari per parete incluse, nell’interno, entro le lunette della volta, alcune delle quali sono ora tamponate. Il tetto, a capanna, è coperto con empirici e tegole di recente sistemazione. All’interno, la volta a botte unghiata copre tutta l’aula. L’unico altare è addossato alla parete breve verso Meridione e, in alto, s’incunea entro la cornice d’imposta della volta. Nelle pareti longitudinali, verso l’altare, si aprono due piccoli armadi a muro tardoseicenteschi, creati per la riposizione delle reliquie, chiusi da eleganti sportelli in legno e incorniciati da una combinazione di breccia violetta, marmo bianco scolpito e di bardiglio. Il pavimento è assemblato con marmette bianche e nere poste a scacchiera in linee oblique. Le condizioni attuali dell’edificio sono discrete, se si esclude il bisogno di una ripassatura del tetto. Ciò che resta degli affreschi della volta, meriterebbe invece un intervento che ne potesse distinguere le parti originali dalle consistenti ridipinture, visibili anche a occhio nudo. L’altare ad intarsio, alcuni dei peducci, avrebbero inoltre bisogno di un consolidamento per evitare il distacco degli elementi ornamentali.

Bibliografia consultata:

1965 Santini V. Vicende storiche di Seravezza e di Stazzema

La documentazione consultata che riguarda la cappella di Sant’Antonio è conservata nei seguenti archivi pubblici e privati:

Archivio Vescovile di Sarzana, Parrocchie carte sciolte, Visite pastorali dal 1695 al 1777.

Archivio Arcivescovile di Pisa, Visite pastorali dal 1800, 1812, 1824, 1856, 1904

Archivio della propositura di Seravezza, manoscritto Mattei (circa 1847)

Archivio della Soprintendenza ai Beni Ambientali, architettonici, storico-artistici di Pisa, inventario dei beni mobili della Provincia di Lucca, Seravezza, sezione vecchia e nuova.